Era in avanzata attesa del secondo figlio quando, nel 1999, lancià uno studio pionieristico intitolato "Womenomics: buy the female economy". Da poco ha pubblicato il suo quarto report sul tema, intitolato "Womenomics 4.0: Time to walk the talk". Nel frattempo la parola che fonde donne ed economia è entrata nel linguaggio comune, dopo che l'Economist la sponsorizzo' nel 2006 aprendo la strada a un gran numero di libri e siti web sul crescente ruolo socio-economico delle donne e sull'effetto positivo sull'intera struttura economica delle politiche di promozione femminile nel mondo del lavoro. Kathy Matsui, 49enne californiana con origini familiari giapponesi, sposata con l'analista Jesper Koll di JP Morgan, un tumore mammario superato, è chief Japan equity strategist e co-head Asia Investment Research alla Goldman Sachs. Il report di 15 anni fa della giovane analista approdata da poco alla corte della banca d'affari Usa a Tokyo fu accolto all'epoca con scetticismo dalla clientela (per oltre il 99% costituita da uomini). Di recente, invece, il premier giapponese Shinzo Abe l'ha citata per nome in uno scritto per il "Wsj", per sottolineare che la Womenomics sarà una parte vitale dell'Abenomics e che le donne restano "la risorsa più sottoutilizzata". Quella di Abe è parsa una conversione, visto che è il leader di uno schieramento conservatore ancora "sessista" (come testimoniato anche di recente da una serie di incidenti in assemblee politiche) e di un Paese al 105esimo posto su 136 per "gender gap" secondo il Wef. E' dal Giappone, quindi, che scatta il rilancio anche internazionale di un "concept" che fa ancora fatica a essere tradotto in politiche efficaci, che ora si chiamano "di genere". Non è un caso, visto che – sottolinea Matsui – la motivazione economica della Womenomics è più spiccata che altrove in Giappone, dove la popolazione pare destinata a calare del 30% entro il 2060, quando gli anziani saranno il 40% del totale, mentre già oggi il pensionamento dei baby boomers crea una situazione vicina alla piena occupazione. "La chiusura del gap di genere sul mercato del lavoro (ossia se il tasso di occupazione femminile salisse dall'attuale - pur già record - 62,5% all'equivalente maschile dell'80,6%) creerebbe una spinta potenziale al Pil del 12,5%", afferma, sottolineando che il "concept" puo' funzionare anche nei Paesi europei ad alta disoccupazione e bassa partecipazione femminile, come l'Italia. Matsui, però, non ritiene realistica l'introduzione generalizzata di "quote rosa" obbligatorie", ma le appoggia per le elezioni politiche.