Sono circa 10mila i manifestanti che stringono d'assedio la residenza ufficiale del premier giapponese Shinzo Abe al grido: "Abbasso la guerra, difendiamo la Costituzione". Il 1 luglio 2014 segna una svolta storica per il Giappone: non è più un Paese ultrapacifista. Il Gabinetto Abe ha approvato una modifica all'interpretazione ufficiale della Costituzione che consentirà alle Forze di Autodifesa (le forze armate) di impegnarsi in determinate circostanze nella cosiddetta "difesa collettiva". In pratica, potranno sparare non solo per difendere il Paese da un attacco diretto, ma anche in soccorso di alleati. Per gli oppositori si tratta della legalizzazione della guerra: si teme che il Sol Levante in futuro possa essere invischiato nelle guerre americane. Nella sua conferenza stampa, Abe è stato abile. Ha dichiarato che l'approccio pacifista del Giappone non cambia e che si tratta solo di veder riconosciuto in alcune circostanze specifiche un diritto che l'Onu assegna a qualsiasi nazione del mondo. Ha citato in particolare il caso dell'evacuazione di cittadini giapponesi da una zona di conflitto su una nave militare Usa: oggi le forze giapponesi non potrebbero intervenire in soccorso di questa nave mentre si sta avvicinando al Giappone, se si trovasse sotto attacco in acque internazionali. E ha detto che anche quando, esattamente 60 anni fa, il premier Yoshida istituì le Forze di Autodifesa nel clima della guerra fredda, fu accusato a torto di essere guerrafondaio. Ma per i manifestanti (per lo più di mezza età e anziani: i giovani sono una minoranza) si apre un vaso di Pandora da cui potrà uscire in futuro una guerra anche in circostanze che non riguardino direttamente il Paese. Un paradosso, insomma: la sinistra giapponese si erge a tutela della Costituzione sostanzialmente dettata nel 1947 dagli americani e varata in regime di occupazione militare. La destra, invece, preme per un cambiamento che incontra l'approvazione degli Usa e il biasimo della Cina (e anche della Corea del Sud). Gli investitori temono che un declino della popolarità di Abe generato dalla sua agenda politica renderà più difficile l'attuazione delle riforme economiche promesse dall'Abenomics.