I visitatori giapponesi del Foodex _ la maggiore fiera alimentare dell'Asia, che si tiene a Chiba nei pressi di Tokyo _ devono pensare che la Turchia non solo sia già entrata nell'Unione Europea, ma che sia una regione italiana. Nel padiglione turco _ posizionato proprio a fianco di quello dell'Italia _ è un trionfo di proposte di pasta, olii e conserve. Il bello è che confezionamento ed etichette sembrano proprio ricalcate su quelle dei prodotti italiani. Fin qui, onore all'espansione nel Far East della dieta mediterranea. "Sì, il nostro benchmark è l'Italia", ammette sorridendo Can Balìn, "koordinatoru" del gruppo di Ankara Untas, che ha per simbolo una spiga. Ma se ci si imbatte più avanti, in una intera linea di "Olio Palermo" made in Turkey, allora diventa più difficile condividere sorrisi. E se su varie etichette compare la lingua italiana sotto varie forme, dal nome alla "spiegazione" del prodotto, questo non sembra proprio un simpatico retaggio di quando l'italiano era la lingua franca dei porti mediterranei. Il problema delle imitazioni si presenta dunque anche sul mercato alimentare più esigente e sofisticato del mondo, in cui oltretutto la massa dei consumatori non ha necessariamente familiarità con la dieta mediterranea e potrebbe quindi essere più facilmente tratta in errore. La questione della correttezza nella concorrenza è stata richiamata anche nella conferenza stampa con i giornalisti giapponesi. Agli educatori del pubblico, Paolo Tramelli del marketing estero del consorzio Prosciutto di Parma ha mostrato slides con le imitazioni più clamorose di un prodotto che in Giappone realizza un giro d'affari di circa 10 milioni di euro con 105mila pezzi. E ha aggiunto: "Speriamo che il futuro accordo di libero scambio tra Unione Europea e Giappone, oltre a una maggiore liberalizzazione, porti a una più forte tutela del diritto del consumatore a non essere ingannato sull'origine e le qualità dei prodotti".